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Tra la passeggiata di quelli e la Baia degli Angeli

L'Italia vista da Nizza



Arrivare in Costa Azzurra d'inverno è come per noi della bassa, abituati come siamo a quelle interminabili giornate bigie, incappucciate di nuvole scure, fatte di quell'umidità che ti s'incolla alle ossa, di nebbia fitta e bagnata, essere proiettati dall'oggi al domani in uno squarcio di tiepida primavera, fatto di sole, di mare chiaro e di ristoranti dove si può mangiare all'aperto anche per Natale e Capodanno. Sia ben chiaro, tuttavia, che pur tessendo questo piccolo elogio al clima del luogo, è ben lungi da me l'intenzione di aiutare i tourists promoters locali, che d'altronde non ne hanno affatto bisogno, ad attirare carovanate o meglio pullman superlusso cinque stelle carichi d'italici ultrasessantenni, sulle spiagge di ciottoli della vecchia Nizza.

Una città con una storia italiana, pardon savoiarda, alle spalle che denuncia nel suo dialetto, nei nomi dei suoi abitanti, nella toponomastica delle vie della città vecchia, e in molto altro ancora, le sue origini cisalpine. Qui tutti quanti parlano italiano o perlomeno qualcosa che ci assomiglia molto. Ma come ho detto non è per la fiorente industria del turismo che scrivo questo pezzo; io sono in una situazione diversa. Io sono qui a studiare, a scrivere, a collaborare saltuariamente con radio e quotidiani locali, perché due lingue, sono sempre meglio che una soltanto, anche se vi devo confessare che non l'ho sempre pensata così. Quando misi piede quaggiù, tempo fa ormai, reduce da un viaggio scomodo a bordo di un treno italo-svizzero, piegato come un granchio sotto al peso di uno zaino alpino, e stringendo fra le mani una borsa di plastica con dentro qualche libro ed una piantina della città, beh, in quel momento il mio spirito era piuttosto rivolto all'avventura anziché alle lettere. Lo scoprire un paese straniero di cui conoscevo a mala pena una quarantina di parole e nel qual avrei dovuto studiare, leggi fare esami, era una sfida eccitante per un ventenne con ambizioni letterarie. Quando tutto cominciò era ottobre. Un ottobre come tanti ce ne sono qui sulla costa che si affaccia sulla Baia degli Angeli, con le sue giornate corte, il cielo ancora azzurro, il mare mosso e freddo, il vento che ti grattava le ossa ed i vestiti pesanti che accusavano ancora i postumi del loro lungo letargo forzato negli armadi. Un profumo che per tanto tempo avrebbe accompagnato maglioni e pullover, un ricordo che prima c'era stato qualche cosa, la consapevolezza di aver avuto almeno un passato da ricordare se qualcosa non avesse funzionato.

Il giorno in cui arrivai in quella che fu la patria dell'eroe dei due mondi, la mia città brillava di un sole felino sopra la passeggiata di quelli , frotte di turisti americani e giapponesi s'accalcavano nelle strade del centro, acquistavano, affollavano le brasseries, ingurgitavano crêpes e socca , masticavano pizza e sandwich au jambon, scattavano fotografie accanto alle fontane di piazza Massena o alla cascata del castello, si stendevano sulla spiaggia di ciottoli per abbrustolirsi le carni. Mantova era ormai un ricordo dietro ad una galleria e così l'Italia ; da quel momento in avanti la mia casa sarebbe stata una cameretta di tre metri per due all'ultimo piano di un vecchio studentato anni sessanta che sovrastava, dall'apice della collina su cui era stato costruito, la lunga lingua di cemento dell'aeroporto che si stendeva nel mare. Una lunga gradinata, costruita sul lato est, scendeva ripida fino alla passeggiata traversando lo spazioso cortile dell'Università di Lettere che era situata quattrocento metri più in basso. Nelle vicinanze sorgeva anche la biblioteca universitaria, che tutti chiamavano semplicemente BU (leggi Be U), la mensa o restaurant universitaire tramutato in Resto U, alcune copisterie ed una cartolibreria. Se invece si imboccava il cammino opposto, scendendo la collina dal lato ovest, si percorreva una zona dove le ville con piscina sorgevano come funghi e si sbucava nel vasto parcheggio del centro sportivo studentesco: palestra, piscina, due campi da tennis. Ladri di autoradio e scooter appostati dietro il boschetto di macchia mediterranea. Tutte quante costruzioni, dallo studentato all'università, abbastanza vecchie e mal tenute.

Ma certo non furono le strutture architettoniche a far sì che quando mi ritrovai solo, laggiù nella patria della dichiarazione dei diritti dell'uomo, mi sentissi un po' sperduto. Quello di cui sentivo la mancanza era una guida, qualcuno che mi mettesse in guardia riguardo ciò a cui stavo andando incontro; non so qualcosa come un libro di Severgnini tipo Inglesi o Un italiano in America che mi fornisse gli input necessari. Invece niente, nessuno aveva scritto un manuale di sopravvivenza dell'italiano in Francia: mi sarebbe toccato arrangiarmi.

Certo, mi dissi, Nizza sta a due passi dall'Italia, è stata italiana, pardon piemontese, fino al baratto avvenuto durante l'unificazione italiana, mica le cose potevano essere tanto differenti. Questo mi dissi mentre sul treno che mi portavo a destinazione sfogliavo la guida del Touring. Poi arrivai laggiù, presi possesso della mia camera ed ecco che questa mia convinzione venne subito meno; nel momento esatto in cui, per ragioni di pura sopravvivenza, feci la conoscenza di qualche oriundo. Eccomi dunque impacciato davanti ad una ragazza appena conosciuta, obbligato a confrontarmi con il costume, che peraltro adottai subito e senza difficoltà, della cosiddetta bise , ossia quella strana abitudine di baciare l'aria sui due lati della faccia delle ragazze. Con i ragazzi, e meno male, funziona diversamente; con loro ti limiti ad una stretta di mano ogni volta che li incontri ed ogni volta che ti congedi. Stessa cosa per la bise. Va precisato, tuttavia, che se incontri una persona dodici volte in una giornata ti limiti al convenevole soltanto al primo incontro e all'ultimo congedo. O qualcosa del genere. In genere preso dall'euforia trascorrevo le giornate a scuotere mani e a baciare, anche sei volte al giorno, la stessa ragazza.

Mi dissero che era la tempra mediterranea, vale a dire lo spirito marpione degli italiani che puntualmente sono preceduti dalla loro orribile fama di cui in questa sede non intendo riferire per ragioni di buon gusto. Il passo seguente fu di abituarmi ai loro ritmi, al loro cibo, alla loro stampa, alla loro televisione. E qui, se vogliamo, ci furono le maggiori difficoltà. Come poteva, questa era la domanda cruciale che ci ponevamo noi studenti Erasmus d'oltralpe, dicevo come poteva un qualsiasi italiano, anche il meno sportivo, rinunciare al piacere sottile, la domenica sera, di Novantesimo minuto. E come potevano, questione ancora più sconvolgente, i francesi sopravvivere accontentandosi di vedere i gol (les buts) dell' OM (Olympique de Marseille), del PSG (Paris Saint-Germain) detestato nel profondo dell'anima dai nizzardi, dell'Auxerre soltanto il lunedì sera? Mistero. Notizia : in Francia non esiste una trasmissione come 90°. Reazione : panico totale, desolazione. Nostalgia.

Ma non poniamo limiti alla provvidenza. Un consulto telefonico, fatto in fretta e furia, alla volta degli Erasmus che avevano abitato il posto l'anno precedente ci fornì la soluzione. Si trattava in sostanza di prenotare la tv via satellite in un pub del centro. Bastava consumare un paio di birre e la domenica sera intorno alle dieci e mezza su Canal Plus (la pay tv locale gemellata con la nostra Tele +) trasmettevano i gol e le classifiche del campionato più bello del mondo, cioè il nostro. Certo non era Novantesimo, non c'era Galeazzi, ma insomma si era all'estero e a qualcosa dovevamo pure rinunciare. E che dire poi della stampa? Nazionalista fino al midollo, come del resto ogni cosa francese che si rispetti: le auto, lo champagne, il cinema (dio mio il cinema francese!).

Quello che mi sconvolgeva, io così abituato alla nostra stampa che seppellisce tutto e tutti, sempre lì a gridare che da noi niente funziona come dovrebbe e compagnia bella; bene nella douce France ciò che mi lasciava interdetto era che effettivamente anche la loro stampa ammetteva che le cose da loro non erano proprio una vie en rose, d'accordo dicevano non è tutto rose e fiori, va bene, ci sono dei problemi, ma… Ma comunque è sempre meglio che altrove. La loro visione del mondo era che i problemi c'erano ma loro sapevano come affrontarli (ogni riferimento…), l'informatica invadeva sì la loro vita quotidiana ma non l'inglese, poiché loro avevano adottato la sottile pratica dell'epurazione. Dai nostri cugini d'oltralpe, infatti, ogni singola parola viene tradotta : titoli di film, marchi, nomi di cose, le battute nelle serie televisive vengono francesizzate secondo l'humour locale immaginate quindi che risate… Bacchetta magica e voilà : il computer si tramuta in ordinateur, l'e-mail diventa le courrier électronique, il mouse è la souris, l'hard disk è una strana entità denominata disque dur. Roba da matti, mi dicevo, cercare di tradurre sistematicamente ogni termine inglese per preservare la purezza della lingua.

Ma non conoscevo i francesi; il popolo tra le cui mani il Walkman si tramuta in balladeur (da se ballader andare a spasso), la genia che inverte le sigle tanto che l'AIDS in Francia si tramuta in SIDA, il DNA si inverte in ADN, gli UFO, questi sconosciuti, diventano OVNI. Vogliamo poi parlare delle pubblicità con gli slogan tradotti? Facciamolo portando ad esempio gli immensi cartelloni pubblicitari della Nescafé, che qui pretendono abbia il sapore del caffè nostrano, in cui troneggiava la frase 'open your mind*'. Con l'asterisco a caratteri cubitali che riporta alla traduzione sottostante 'ouvre ton esprit' , Così anche alla televisione, alla radio. Ovunque. Se non traduci ti vendi al nemico : la lingua inglese.

Ma sono sfumature, nuances come dicono quaggiù, di cui ti accorgi solo all'inizio, poi ti ci abitui e diventi come loro, scordi l'inglese, prendi l'accento con la erre moscia, fai confusione con l'italiano e quando ti chiedono come ti chiami scandisci pronto: Paolò Roversì, calcando l'accento sulle finali. Potere del francese. Quando questo succede è la fine, stai diventando come loro, inizia addirittura a piacerti il loro caffè espresso, che nonostante il nome, non rassomiglia per niente al buon vecchio caffè italiano. Cominci ad adorare la loro pasta, quella che cuoce in tre minuti solo però se ti ricordi di gettare un bel po' d'olio nella pentola per non rischiare che s'incolli sul fondo. Rinunci all'aceto di Modena per l'orribile vinaigrette che non è né olio né aceto e nessuno sa cosa ci sia dentro.

Ma di alcune cose non si può parlare male e nemmeno fare dell'ironia e queste cose sono nell'ordine : la baguette, i croissants e, d'accordo dico una banalità, lo champagne. Le uniche tre cose che non butto dalla torre. Eppoi, va bene lo confesso, la loro grandeur è attraente, quello spirito che è costantemente spinto a fare le cose fatte bene. O bene o niente. Sicuramente non all'italiana, se capite cosa intendo. Insomma, per farla breve, in poco tempo io mi innamorai di questa città, di questa luce, di questo mare, di questa gente detestabile che però è capace di ridire di sé. La prova ? Una della blague più in voga fra gli stranieri e che narra un divertente episodio relativo alla creazione del mondo. All'epoca dei fatti il buon Dio si stava riposando contemplando la sua opera quando ecco che si accorse di aver creato un luogo, che per le sue caratteristiche geofisiche, il suo clima mitigato, le sue bellezze naturali era di gran lunga il più bello di tutti quanti gli altri. Quel posto era la Francia. Il creatore allora, che non voleva iniziare subito facendo delle differenze fra un popolo e l'altro, risolse da par suo l'inghippo : creò i francesi e li sistemò in quel posto meraviglioso. Ogni cosa era stata rimessa in ordine.

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