Un blog dedicato alla scrittura creativa, un luogo di confronto con chi si cimenta nel difficile mestiere dello scrivere

lunedì 26 maggio 2008

La specialità della casa : due incipit

Dopo un periodo un po' lungo di silenzio di cui mi scuso (ragazzi se mi seguite lo sapete che MilanoNera mi ha succhiato via l'anima...) eccoci nuovamente qui a parlare di scrittura creativa. E lo facciamo con Lorenzo che si presta ad essere lapidato proponendoci non uno ma ben due incipit pronti al massacro. Prego

1° Incipit
L’uomo, pronto a colpirla un’altra volta, si fermò ad osservarla, un altro colpo alla testa
l’avrebbe portata in fin di vita. Si limitò a tenere il braccio. La ragazza portò la mano libera al
viso. Lo sentì vischioso, bagnato di un liquido appiccicoso. Osservò la mano insanguinata con
l’occhio rimasto aperto. Singhiozzò. Rimase così finché la stretta dell’uomo al braccio si fece
meno pressante. Quando le sue dita diventarono più leggere, con uno scatto si sollevò liberandosi
dalla sua morsa e partì di scatto verso le luci dell’autogrill.
L’uomo la inseguì. La ragazza corse con tutta la forza della disperazione verso le luci. Sentì il
suono di un clacson, si girò. Due fari la accecarono, stridio di ruote, odore di gomma
bruciata.

2° Incipit
L’uomo, pronto a colpirla un’altra volta, si fermò a guardarla; un’altra sberla e l’avrebbe
ridotta in fin di vita. Si limitò a trattenerla per un braccio. La ragazza si toccò con la mano libera il
viso. Lo sentì vischioso, umido di un liquido appiccicoso. Osservò la mano insanguinata con
l’occhio ancora aperto. Singhiozzò. Rimase così finché la stretta dell’uomo si fece meno forte.
Quando la pressione delle dita divenne più leggera, con uno strappo s’alzò, liberandosi dalla
morsa che la teneva prigioniera, e partì di scatto verso le luci dell’autogrill.
L’uomo provò a inseguirla, ma la ragazza corse con tutta la forza della disperazione verso quelle
luci. Sentì il suono di un clacson, si voltò. Due fari l’accecarono. Uno stridio di ruote, odore di
gomma bruciat

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lunedì 28 aprile 2008

Predatore di lacrime

[Cari voi, oggi c'è un nuovo racconto (anche se forse la definizione è eccessiva...) di Alessandra da massacrare. Please feel yourself at home]

Da gemma@liberot.it A info@animesole.org

Mancano pochi giorni e quella che per tutti è un’occasione di ritrovo e armonia per noi è divisione e lontananza.
Cosa rimane delle tue promesse quando ti trascini nell’orda degli acquisti?
A cosa pensi mentre parcheggi la tua macchina in tripla fila per lo spesone al centro commerciale?
Lei con sguardo di cera si sente la padrona, stretta nel suo cappottino liso da donna paziente ti osserva ma non ti vede, lei guarda al suo autista e al padre dei suoi bambini.
Solo io amore ti amo sul serio, tu lo sai, e vedo tutto il tuo valore.
Mi hanno dato il panettone e la bottiglia al lavoro, forse vogliono farmi sentire Famiglia, quella parola io la detesto, io sono sempre stata l’unica mia famiglia, io mi bastavo fino a che tu non hai scombinato i piani.
Fino a che non mi hai fatto sentire la mancanza e l’abbandono.
Torni a fare il padre e il marito dopo i pomeriggi con me.
Le butto ogni volta a lavare le nostre lenzuola, non voglio rimanga il tuo umore e la tua presenza, non voglio abituarmi a te.
L’abitudine la lascio alla tua donna favolosa che fa da mangiare per quindici, io sono mutande e calze sexy non arrosto e patate.
Smettila di divincolarti, non serve.
Quel panettone era troppo grande per mangiarlo da sola.
Moriremo a natale, nella casa del peccato.
Gemma.

Mi arriva questa mail.
Piena confessione, come direbbero gli sbirri.
Poche ore fa il giornale ha strillato questa bomba di provincia: noto imprenditore ucciso dalla sua amante, trattasi di omicidio/suicidio.
E poi questa mail.
Tengo un sito per sfigate represse dove fingo di appassionarmi ai loro deliri.
La disperazione vuota di questa gentaglia mi da un senso di vertigine, dare loro dei consigli soddisfa il mio ego.
Arrivano a scrivermi decine di commenti pubblici al giorno, una piccola dipendenza, e le immagino tra un sugo e una passata di aspirapolvere che aspettano le mie risposte.
Gemma era una delle più presenti, un’alternanza allucinata di stati d’animo.
Dovrei consigliare un bravo terapeuta, invece mi crogiolo nelle loro storie.
Poi tra i colleghi al giornale le condividiamo le loro storie tristi, pronti a scommettere sul prossimo necrologio in uscita.
Mario della cronaca nera si ispira spesso ai loro toni patetici per descrivere nei suoi articoli famiglie devastate, sono precise le represse, ti dicono vita, morti e miracoli.
Gemma si sapeva che avrebbe fatto il botto.
Spengo il computer e mi avvio al giornale.
Esco di casa, maledetta lampadina fulminata dell’entrata, non vedo nemmeno la toppa della serratura.
“Non è omicidio/suicidio, figlio di puttana”.
Sento una donna alle mie spalle, sento i suoi seni sulla schiena, mi afferra da dietro, all’improvviso, senza darmi il tempo di reagire
“Gemma era una cretina e prima o poi ci avrebbe sputtanato, seguivo i deliri di questa matta sul tuo sito.”, si è armata di coltello e me lo sta puntando alla gola, rimango calmo, e penso: la faccio parlare ancora un po’.
Si allenta la presa, e sento delle risate fragorose.
Martina del “cultura e spettacolo” ha fatto la dark lady, e i colleghi dietro si sono goduti la scena.
Festeggiamo lo scherzo al bar.
Martina dice che le donne così andrebbero eliminate, che sono la vergogna di mille anni di rivendicazioni e lotte femministe.
Orazio della “cronaca” le fa un pernacchione.
In lontananza una ragazza con una lunga sciarpa attorcigliata al collo mi osserva con due occhi cattivi, o almeno così mi sembra.
Ha in mano un panettone.
www.animesole.org ,vi aspetto per ascoltare i vostri incubi.

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lunedì 21 aprile 2008

Una volta ancora

[Tocca a Daniela finire sulla graticola con un suo racconto. Sfogatevi e siate, come al solito, implacabili]

“Ancora! Ancora una volta…” ogni giorno la stessa implorazione si levava silenziosa dalla folla. Ogni giorno c'era qualcuno tra i tanti volti stupiti, estasiati, intimoriti, che lo incitava più degli altri, che lo incoraggiava dal profondo del cuore.

Che lui avvertisse o meno quell'ardore così autentico, era difficile a dirsi. Era pur vero che un sorriso gli rischiarava il volto ogni volta che abbassava lo sguardo verso il suo pubblico. Un passo, poi un altro, una piroetta... gli spettatori amavano le piroette: rimanevano sospesi con lui in quell'aggraziata sfida al vuoto, trattenevano il fiato per poi scoppiare in applausi entusiasti quando il numero terminava e il funambolo raggiungeva il suo porto sicuro tra i rami degli alberi.

Da lassù, l'artista osservava la folla disperdersi. Poi scendeva a terra e, come si dice succeda all'albatro, perdeva un po' della sua grazia, tornava ad essere un uomo e si ricordava dei mille lacci che gli costringevano il cuore.

Lei se ne andò in fretta. Era sempre la prima ad andarsene, non voleva che lui la vedesse. Si conoscevano, si erano amati... un tempo.

Rientrò a casa, come sempre, richiuse la porta dietro di sé, come sempre, e fece scorrere lo sguardo lungo le pareti, i mobili, i quadri. Niente le sembrava bello, ormai, niente aveva senso. Non notava più nemmeno i colori. Spiluccò qualcosa in cucina; aveva avversione per il cibo, mangiava il minimo che le permettesse di vivere. Passò la serata da sola, si mise a letto e chiuse forte gli occhi, sperando di addormentarsi subito. Invece, puntuale, ciò che temeva si ripresentò: una sensazione di immenso vuoto nel petto, una voragine che le risucchiava il cuore, i polmoni, lo stomaco; la mancanza d'aria che cercava di combattere con respiri profondi e disperati, poi il silenzio. Affondò il viso nel cuscino e cominciò a piangere. Il pensiero dell'arrivo imminente di un altro giorno le era insopportabile.

L'indomani si alzò già stanca e si preparò ad uscire. Il solito tragitto verso l'ufficio, la monotonia di un lavoro che non sentiva più suo, i sorrisi tirati ai colleghi, il solito pranzo. Tutto si ripeteva con una regolarità implacabile. Non ricordava con esattezza il momento in cui aveva smesso di vivere, era avvenuto gradualmente, ma ripensò a quello che le era accaduto negli ultimi tempi. Morte, malattia, tradimento, un amore impossibile... troppi aspetti della sua vita erano stati stravolti. Perfino le vecchie ferite, la perdita di un genitore e l'allontanamento dall'altro, erano tornate inaspettatamente a bruciare. No, sapeva che c'era un limite a quello che una persona poteva sopportare. Oltre quel limite, ogni reazione era umana, personale e forse inevitabile. Lei si stava lentamente spegnendo.

C'era un momento, però, uno solo nell'arco delle ventiquattro ore, in cui i colori ritornavano, in cui sentiva suoni che le cullavano il cuore, in cui PROVAVA qualcosa. Guardava il funambolo con estasi e apprensione, lo osservava sfidare la forza di gravità e sentiva che, finché ce l'avesse fatta lui, anche lei poteva andare avanti, un passo dopo l'altro.

Quel giorno uscì dall'ufficio e si diresse al parco. Lo spettacolo era già iniziato. Qualcuno la salutò e lei, voltandosi, si ritrovò davanti alla sua immagine riflessa in una vetrina. La sua pelle, i capelli... il suo corpo, non li riconosceva neanche più. Era sciatta, brutta, orribile! Era quell'aspetto che suscitava negli altri sguardi di compassione e a volte di disgusto, o perlomeno a lei sembrava così. Scoppiò a piangere. Si sentiva triste, infinitamente triste.

All'improvviso, un urlo la riscosse. Il funambolo era scivolato e si era aggrappato miracolosamente alla corda. Giusy si fece largo tra la gente e lo cercò con lo sguardo. Stava bene, ma sembrava smarrito, spaventato, come lei non lo aveva mai visto. Il suo numero era fallito e lui sembrava aver paura di ritentare, non riusciva più a ritrovare l'equilibrio. Raggiunse la salvezza tra i rami e cominciò a scendere tremando. Non poteva essere vero! Non lui. Giusy fuggì.

Si diede malata e trascorse giornate intere chiusa in casa, senza sapere cosa fare. Sentiva che era giusto così: si sarebbe finalmente spenta del tutto. E forse, se non fosse stato per un commento casuale levatosi dalla strada, se non fosse stato per quelle benedette vecchie signore che passano il tempo a parlottare di questo e di quello, tenendo a far partecipe, se non il mondo intero, almeno il più alto numero di persone possibile, sarebbe veramente successo. Invece, udì chiaramente: “Gli toglieranno il permesso... ma sì, è l'unica cosa da fare... ormai ha paura, non ha più l'età, non diverte più nessuno... I funamboli, cose passate...”

Le ci volle un giorno intero per trovare la forza, ma alla fine uscì. Raggiunse il parco e rimase immobile a guardarlo. Aveva un'aria spaurita e stanca mentre preparava l'attrezzatura. Sudava nonostante il fresco del tardo pomeriggio, si passava e ripassava la mano sulla fronte come se quel gesto potesse dargli sollievo. I suoi movimenti erano lenti e meccanici. Come lo capiva! Ma perché si erano allontanati l'una dall'altro? Orgoglio, ostinazione... c'erano stati motivi validi, ma non li ricordava più con precisione.

I commenti sussurrati della gente ferivano lei come ferivano lui.

“Basta, vai a casa!” implorava silenziosamente. “Ti puoi far male. Non devi farlo, se hai paura.”

Il funambolo salì sull'albero. Mise un piede sulla fune, poi l'altro. Già vacillava. Fece qualche passo. Tentò una piroetta, ma scivolò con una gamba. Riuscì a rimetterla davanti all'altra, ma la corda oscillava pericolosamente e i due cuori battevano impazziti. L'uomo si fermò avvilito, indeciso.

Non poteva vederlo così! In uno slancio che stupì anche lei, Giusy corse, si fece largo tra la folla, proprio come quel giorno, ma stavolta arrivò fino in fondo e lui la vide. Come investito da un raggio di luce, l'uomo si erse più sicuro in equilibrio sul vuoto. Ogni traccia di indecisione sparita, fissava la ragazza felice e commosso. Dal basso lei gli sorrise, il primo vero sorriso che fosse esploso sul suo viso da tanto, tanto tempo: “Ancora!” gli gridò. “Ancora una volta, papà!”

martedì 8 aprile 2008

Sempre la solita storia : la trama

Ciao a tutti!
Dopo il racconto di Lorenzo, oggi è la volta della trama di Luigi che aveva seguito il mio workshop di Palermo.
Eccola qui di seguito. Io ho qualche perplessità che però vi svelerò dopo aver sentito le vostre opinioni..

Il titolo potrebbe essere: alla fine è sempre la solita storia (frase del libro)

In una Palermo indolente ed afosa si incrociano le vite del Commissario Gian Maria Cicogna, torinese trapiantato in Sicilia per amore, surfista tecnologico e senza il back ground necessario per comprendere i fatti di mafia, e di Luigi Iocolò, surfista vintage ed impiegato della pubblica amministrazione alle prese con un ambiente di lavoro insopportabile.
Una rapina conclusasi con un delitto diventa, per il Commissario GMC, sempre con le iniziali ricamate sulla camicia, un rompicapo irrisolvibile. Quando viene ucciso, in maniera rocambolesca, un noto ginecologo, il Commissario GMC scoprirà che non ha, con Luigi Iocolò, solamente il surf in comune.
La faccenda si complica quando anche il capo di Luigi Iocolò, vecchio burocrate, viene ucciso nella stessa maniera...

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martedì 1 aprile 2008

La scelta

[Cominciamo oggi la sezioni dedicata ai vostri racconti. La nostra prima cavia è Lorenzo Bergamini con il racconto La scelta. Leggete, commentate, siate spietati ;)]

Eccoli li, tutti e tre che mi osservano implacabili, uno di fianco all’altro, dall’altra parte del tavolo. Vorrei toccarli e assaggiarli prima di scegliere chi quella sera sarà al mio tavolo, chi quella sera sarà in me, ma preferisco non farlo perché mi lascerei trascinare e non avrei più scampo, continuerei con tutti e tre.
Raramente è successo che mi sono concessa a tutti, e quando l’ho fatto sono stata male. Giulio, mio marito, mi trovò una sera mezza nuda, accasciata sul pavimento. Farfugliavo, biascicavo parole maledicendo chi mi aveva ridotto in quello stato. Allarmato mi portò all’ospedale.
Il medico di turno pose le solite domande per comprendere i motivi del mio comportamento. Gli risposi che ero attratta da loro, da molto tempo, e che sentivo la necessità di quella esperienza. Poi le lacrime scesero sulle guance quando mi guardai allo specchio. Il mascara che rigava le gote, il rossetto sbavato sulle labbra, mi fecero tornare alla realtà: non mi riconoscevo, sembravo una di “quelle”.
La sera stessa cercai di esprimere a Giulio tutto il mio dispiacere. Con vergogna spiegai che tutto era iniziato per gioco: prima uno e poi l’altro, finché conquistata avevo ceduto completamente.
Giulio comprese, mi perdonò facendomi promettere di non farlo più. Così fu. Ho iniziato a controllarmi, ho smesso di concedermi anche se la loro presenza è persistente, sempre pronti a tendermi un agguato e approfittarsi di me.
La prima esperienza l’ho avuta a soli quattro anni. Mia madre era uscita per fare compere lasciando le porte aperte. Disse che sarebbe rientrata subito. Mi lasciò a casa con mio fratello Antonio che giocava di sopra con il computer, ascoltando musica assordante. Lui non si accorse di nulla.
Mi diressi in cucina per bere. Lui era lì, appoggiato al tavolo. Lo avevo già visto varie volte a tavola con mamma e papà. Lui li rendeva felici, contenti. E dopo cena quando ci portavano nei nostri lettini, loro proseguivano nella camera, giocando a farsi le coccole.
Mia madre gridò quando mi trovò distesa sul pavimento. Se la prese immediatamente con Antonio urlandogli contro, strattonandolo per le braccia.
«Cosa hai fatto a Tua sorella» disse inveendo a voce alta contro Antonio.
Mio fratello non comprendendo cosa stava accadendo subì tutte le ingiurie che voce umana poteva emettere, prendendosi oltre agli spergiuri dei solenni ceffoni da nostra madre.
Alle domande Antonio, bianco in viso, rispondeva in vari modi biascicando le parole mentre lacrime di terrore e dolore gli irrigavano il viso: «Niente… Non ho fatto nulla… Mamma non lo so… Stavo giocando in camera…»
Inconscia degli eventi continuavo a stare distesa sul pavimento freddo. La casa era fredda. I suoni e le urla erano freddi. Solo il comportamento irato di nostra madre era caldo.
Antonio riuscì a scappare in camera solo quando nostra madre allentò la presa, rammentandosi che ero distesa sul pavimento. Mi prese tra le braccia. La mia testa veniva sballottata a destra e a sinistra, come un palloncino appeso a un filo preso a calci. La sua mano si adagiò sul capo
portandolo tra il suo collo e la spalla.
Salì le scale. Tenendomi tra le braccia prese dall’armadio a muro dei teli stendendoli sul letto matrimoniale adagiandomi delicatamente su di essi.
Mi spogliò lasciandomi completamente nuda. Nel mio inconscio riuscivo a intravedere quello che mia madre stava facendo, e quando mi lasciò sola il mio corpo si chiuse in posizione fetale. Tornò con una spugna e un catino pieno di acqua tiepida e profumata.
Vaneggiavo mentre la spugna imbevuta d’acqua percorreva il mio esile corpo per scrostarlo dalle impurità che lo avevano di recente coperto. Mi asciugò e mi avvolse nelle lenzuola.
Rimase al mio capezzale accarezzandomi dolcemente il viso fino a quando mi addormentai.
Nostra madre comprese più tardi che Antonio, di solo due anni in più, non poteva essere stato. Non gli fece le scuse successivamente. Non disse mai nulla a nostro padre, con il timore di ripercussioni: nostra madre ci aveva lasciati soli.
Da quel giorno non rimasi più sola.
Lui però ogni tanto tornava a tavola accompagnato da mamma o papà.
Non accadde più nulla tra noi, non rimasi più sola con lui.
Cresci e fai le tue esperienze. Tutti ti incitano a farle. Si frequentano amici, compagnie differenti e quando stai con loro può accadere che provi con questo, e con quello. Ma non sempre sei soddisfatta di quello che fai.
Le esperienze ti fanno crescere e maturare, dicono. Ma quando ti concedi così facilmente passi per una facile una che non sa controllarsi, a cui un sorso fa girare la testa.
Quando entrano dentro di te provi attimi di gioia, piacere, estasi. Ogni tanto stai male perché sei andata oltre. Ogni volta che lo avvicini, conosciuto o no, tenti di capirlo, lo osservi per scoprire i suoi segreti, se è cresciuto con amore e attenzione. Lasci che i profumi che sprigiona inebrino l’olfatto. Ognuno di loro è unico, naturale, ha la propria conoscenza, il sapere. Ognuno di loro sa come conquistarti, raggirarti.
Loro erano sempre li, tutti e tre. Il mio sguardo impresso su di loro.
Se ne stanno alla luce, al tepore della stanza, irresistibili.
Una mano sulla spalla mi scuote dal torpore in cui mi trovavo. Alzo lo sguardo. Giulio mi sta accanto, lo sguardo sorridente.
«Che fai?» domanda.
Sorrido: «Sto decidendo quale dei tre».
Giulio volse lo sguardo verso i tre: «Da mezz’ora stai qui, e non hai ancora fatto una scelta?»
Dalla mia bocca esce un flebile: «Si».
Le sue labbra sfiorano dolcemente la mia fronte, sposta il viso facendo toccare i nostri nasi, mi bacia sulle labbra: contraccambio.
«Tra un po’ saranno qui, e dobbiamo imbandire la tavola. Che calici devo mettere?» mi chiede avvicinandosi alla credenza dall’altra parte del tavolo.
«E’ una serata importante» dice rivolto alle tre bottiglie, incurvandosi un po’ per osservarle per scegliere la più adatta. «Stasera dobbiamo comunicare ai nostri genitori che aspettiamo un figlio, e vogliamo brindare a questo evento».
Poi mi guarda e indicando le bottiglie chiede: «Quale?»
Le osservo di nuovo. Li osservo tutti e quattro e concludo: «Portali in tavola tutti e tre, il rosso, il bianco e il rosato. Sceglieranno i convitati con quale brindare».
Mi avvicino alle tre bottiglie. Do un bacio a Giulio. Apro lo sportello in alto della credenza. Osservo i calici, ce n’è di varie forme, da utilizzare per qualità differenti di vini. Ne prendo tre diversi. Torno in sala da pranzo per continuare a preparare la tavola.

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mercoledì 26 marzo 2008

Cos'è la scrittura creativa. E sopratutto: serve a qualcosa?

Credo che ai lettori di questo blog una definizione dogmatica di cosa sia la scrittura creativa interessi relativamente (comunque la trovate qui).
Posso dirvi come la intendo io e come affronto la questione durante i miei workshop.
Innanzi tutto la creatività non la si può insegnare: o la si possiede o non c'è niente da fare. Certo esistono delle tecniche per farsi venire delle idee (e qualcuna la affrontiamo nel corso) ma il dono di saper raccontare penso sia qualcosa di innato.
Un buon corso di scrittura credo debba servire per rendere consapevoli di quelli che saranno le difficoltà e i tranelli nel raccontare storie.
Quando se ne avrà una da raccontare (altra questione fondamentale).

La questione potrebbe venire dunque posta in questi termini: sono utili i corsi di scrittura creativa?
Io ritengo che lo siano nella misura in cui forniscono strumenti per la narrazione, stimolano a porsi degli interrogativi, incoraggiano la lettura e il confronto, franco e sincero, con gli altri che è un fattore molto importante per uno scrittore alle prime armi.
Non lo sono se ci si va convinti di uscirne come scrittori fatti e finiti.

Frequentare un corso di scrittura, insomma, è un po' come andare ad una scuola di musica: è legittimo e utile però non è detto che andandoci diventerete il nuovo Hendrix della penna.

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domenica 23 marzo 2008

L'avventura di scrivere

Riparte da questo blog, in un giorno di festa, la nostra avventura letteraria.
Me lo avete chiesto in molti e visto che è Pasqua e lo spirito è buono eccomi qui con un blog dedicato alla scrittura creativa. Vi raccoglierò appunti e commenti dei vari incontri che ho tenuto in giro per l'Italia negli ultimi mesi.
Questo vuole essere un luogo di confronto non solo su quanto si è detto durante i nostri workshop ma anche un luogo di arricchimento, dove confrontarsi e progettare insieme, aperto a tutti coloro che sono interessati alla scrittura creativa in generale.
Da dove partire? Be' dai dubbi. Postateli nei commenti qui sotto ed io cercherò di rispondere con un post ad hoc, d'accordo?

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