Una volta ancora
“Ancora! Ancora una volta…” ogni giorno la stessa implorazione si levava silenziosa dalla folla. Ogni giorno c'era qualcuno tra i tanti volti stupiti, estasiati, intimoriti, che lo incitava più degli altri, che lo incoraggiava dal profondo del cuore.
Che lui avvertisse o meno quell'ardore così autentico, era difficile a dirsi. Era pur vero che un sorriso gli rischiarava il volto ogni volta che abbassava lo sguardo verso il suo pubblico. Un passo, poi un altro, una piroetta... gli spettatori amavano le piroette: rimanevano sospesi con lui in quell'aggraziata sfida al vuoto, trattenevano il fiato per poi scoppiare in applausi entusiasti quando il numero terminava e il funambolo raggiungeva il suo porto sicuro tra i rami degli alberi.
Da lassù, l'artista osservava la folla disperdersi. Poi scendeva a terra e, come si dice succeda all'albatro, perdeva un po' della sua grazia, tornava ad essere un uomo e si ricordava dei mille lacci che gli costringevano il cuore.
Lei se ne andò in fretta. Era sempre la prima ad andarsene, non voleva che lui la vedesse. Si conoscevano, si erano amati... un tempo.
Rientrò a casa, come sempre, richiuse la porta dietro di sé, come sempre, e fece scorrere lo sguardo lungo le pareti, i mobili, i quadri. Niente le sembrava bello, ormai, niente aveva senso. Non notava più nemmeno i colori. Spiluccò qualcosa in cucina; aveva avversione per il cibo, mangiava il minimo che le permettesse di vivere. Passò la serata da sola, si mise a letto e chiuse forte gli occhi, sperando di addormentarsi subito. Invece, puntuale, ciò che temeva si ripresentò: una sensazione di immenso vuoto nel petto, una voragine che le risucchiava il cuore, i polmoni, lo stomaco; la mancanza d'aria che cercava di combattere con respiri profondi e disperati, poi il silenzio. Affondò il viso nel cuscino e cominciò a piangere. Il pensiero dell'arrivo imminente di un altro giorno le era insopportabile.
L'indomani si alzò già stanca e si preparò ad uscire. Il solito tragitto verso l'ufficio, la monotonia di un lavoro che non sentiva più suo, i sorrisi tirati ai colleghi, il solito pranzo. Tutto si ripeteva con una regolarità implacabile. Non ricordava con esattezza il momento in cui aveva smesso di vivere, era avvenuto gradualmente, ma ripensò a quello che le era accaduto negli ultimi tempi. Morte, malattia, tradimento, un amore impossibile... troppi aspetti della sua vita erano stati stravolti. Perfino le vecchie ferite, la perdita di un genitore e l'allontanamento dall'altro, erano tornate inaspettatamente a bruciare. No, sapeva che c'era un limite a quello che una persona poteva sopportare. Oltre quel limite, ogni reazione era umana, personale e forse inevitabile. Lei si stava lentamente spegnendo.
C'era un momento, però, uno solo nell'arco delle ventiquattro ore, in cui i colori ritornavano, in cui sentiva suoni che le cullavano il cuore, in cui PROVAVA qualcosa. Guardava il funambolo con estasi e apprensione, lo osservava sfidare la forza di gravità e sentiva che, finché ce l'avesse fatta lui, anche lei poteva andare avanti, un passo dopo l'altro.
Quel giorno uscì dall'ufficio e si diresse al parco. Lo spettacolo era già iniziato. Qualcuno la salutò e lei, voltandosi, si ritrovò davanti alla sua immagine riflessa in una vetrina. La sua pelle, i capelli... il suo corpo, non li riconosceva neanche più. Era sciatta, brutta, orribile! Era quell'aspetto che suscitava negli altri sguardi di compassione e a volte di disgusto, o perlomeno a lei sembrava così. Scoppiò a piangere. Si sentiva triste, infinitamente triste.
All'improvviso, un urlo la riscosse. Il funambolo era scivolato e si era aggrappato miracolosamente alla corda. Giusy si fece largo tra la gente e lo cercò con lo sguardo. Stava bene, ma sembrava smarrito, spaventato, come lei non lo aveva mai visto. Il suo numero era fallito e lui sembrava aver paura di ritentare, non riusciva più a ritrovare l'equilibrio. Raggiunse la salvezza tra i rami e cominciò a scendere tremando. Non poteva essere vero! Non lui. Giusy fuggì.
Si diede malata e trascorse giornate intere chiusa in casa, senza sapere cosa fare. Sentiva che era giusto così: si sarebbe finalmente spenta del tutto. E forse, se non fosse stato per un commento casuale levatosi dalla strada, se non fosse stato per quelle benedette vecchie signore che passano il tempo a parlottare di questo e di quello, tenendo a far partecipe, se non il mondo intero, almeno il più alto numero di persone possibile, sarebbe veramente successo. Invece, udì chiaramente: “Gli toglieranno il permesso... ma sì, è l'unica cosa da fare... ormai ha paura, non ha più l'età, non diverte più nessuno... I funamboli, cose passate...”
Le ci volle un giorno intero per trovare la forza, ma alla fine uscì. Raggiunse il parco e rimase immobile a guardarlo. Aveva un'aria spaurita e stanca mentre preparava l'attrezzatura. Sudava nonostante il fresco del tardo pomeriggio, si passava e ripassava la mano sulla fronte come se quel gesto potesse dargli sollievo. I suoi movimenti erano lenti e meccanici. Come lo capiva! Ma perché si erano allontanati l'una dall'altro? Orgoglio, ostinazione... c'erano stati motivi validi, ma non li ricordava più con precisione.
I commenti sussurrati della gente ferivano lei come ferivano lui.
“Basta, vai a casa!” implorava silenziosamente. “Ti puoi far male. Non devi farlo, se hai paura.”
Il funambolo salì sull'albero. Mise un piede sulla fune, poi l'altro. Già vacillava. Fece qualche passo. Tentò una piroetta, ma scivolò con una gamba. Riuscì a rimetterla davanti all'altra, ma la corda oscillava pericolosamente e i due cuori battevano impazziti. L'uomo si fermò avvilito, indeciso.
Non poteva vederlo così! In uno slancio che stupì anche lei, Giusy corse, si fece largo tra la folla, proprio come quel giorno, ma stavolta arrivò fino in fondo e lui la vide. Come investito da un raggio di luce, l'uomo si erse più sicuro in equilibrio sul vuoto. Ogni traccia di indecisione sparita, fissava la ragazza felice e commosso. Dal basso lei gli sorrise, il primo vero sorriso che fosse esploso sul suo viso da tanto, tanto tempo: “Ancora!” gli gridò. “Ancora una volta, papà!”




7 Commenti:
Non male, davvero: fluido, piacevole, originale. Toglierei solo gli avverbi in "mente", per rendere il testo ancora più scorrevole.
22 aprile 2008 13.29
Interessante spunto: la vita appesa a un filo di speranza che bisogna avere il coraggio di sfidare ogni giorno... e il coraggio non esiste senza l'amore.
Brava Daniela, qualcosa mi dice che questo è solo l'inizio!
22 aprile 2008 21.09
Ciao Daniela,
sicuramente ha ragione Silvia, è solo l'inizio.
Inizio (non inteso come incipit)... perché...perché...perché, dal mio punto di vista, manca qualcosa. Manca quella cosa, manca quella verve, che ti tiene incollato al racconto. Penso che si possa fare di più...
Si, scorrevole, ma non travolgente...
Si, piacevole, ma non esaltante...
Almeno questo è il mio modesto parere.
A presto.
Lorenzo
23 aprile 2008 0.09
Ciao Daniela (che bello dare giudizi quando ancora non si è scritto il racconto)!
E' bello, coinvolge, ma perchè tanto dolore? forse una piccola spiegazione in più sul passato riuscirebbe a far capire il perchè di quell'autolesionismo sentimentale nel quale è sprofondata la protagonista. Per me è solo questo l'appunto, dovrei capire meglio il perchè. (opinionwe assolutamente mia). Baci
Silvia Righi
23 aprile 2008 13.49
Grazie a tutti, davvero.
Lorenzo, forse hai ragione: potrei migliorarlo. Pensavo di togliere qualcosa, come il riferimento alle vecchie signore, e magari cancellare o riscrivere la parte in cui Giusy si vede nella vetrina.
Lavorerò anche sullo stile, mi rendo conto che ci sono alcuni punti più scorrevoli di altri e che tendo a farcirlo troppo di aggettivi e avverbi.
Silvia, proverò a inserire qualcosa in più del suo passato, se riesco. Io la immagino come una ragazza cresciuta spostandosi da un posto all’altro, che al momento del racconto non ha il supporto di persone che hanno condiviso la sua storia, a parte suo padre. Un aspetto della sua vita è stato sconvolto e lei ha combattuto, ma poi altre difficoltà si sono aggiunte ed altre ancora, colpendola nella salute e negli affetti. Così, a un certo punto il suo fisico e la sua mente si sono ribellati. Non voleva, è una persona attaccata alla vita, ma si è lasciata andare. L’unica emozione autentica che prova ancora è quando va a vedere il padre, con il quale ha litigato aspramente tempo prima ma che non ha mai smesso di amare. Guardandolo ritorna bambina, quando gli gridava contenta “Ancora!”.
Spero che qualcun altro inserisca il suo commento, anche spietato come dice Paolo: è arricchente sapere quello che gli altri pensano del tuo lavoro.
Ad ogni modo, grazie ancora!
Baci
Daniela
24 aprile 2008 14.22
Il racconto mi è piaciuto.
L'unico appunto: per me non è ben chiaro il punto in cui entra in scena lei. Però bello!
Ciao Carlo
25 aprile 2008 17.47
scritto in modo fluido e corretto, attrae l'attenzione di chi legge e lo coinvolge. In alcuni, rari punti, la narrazione presenta qualche cedimento di stile. Puoi rivedere e limare, se vuoi, ma non troppo. il racconto è bello e scorrevole anche così.
Concordo con Paolo sull'uso degli avverbi in MENTE, ... ma toglierei anche i PERO', un " ALL'IMPROVVISO " e qualche punto esclamativo
25 aprile 2008 22.42
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